Questa perla di immensa bellezza l'ho ritrovata tra i miei file, dopo quasi due anni che non la leggevo, è mi ha davvero colpito. Sì, una mia poesia mi ha colpito, perchè ora non sono più capace di scrivere così, accidenti. Mio Dio quant'ero bravo! Certo, era un periodo un po' così della mia vita, ma scrivevo davvero bene. E ora? Perchè Ugazz non scrive più così? Troppi videogiochi, credo...
Ecco qua il carme ugazziano. Troppo lungo? Non fa niente, leggetelo lo stesso. Deprimente? No, perchè è un inno alla vita. Non vi è piaciuto? Poco importa, a me piace.
14-11-2005
L'ALLEVATORE DI MORTE
Dissolvenze.
Ho iniziato piano
come impone quel senso
di stasi
viscido nel suo venire a galla,
sembra di succhiare lumache
senza pietà.
Dissonanze.
Quando ti accorgi
di ascoltare immerso
il sadico orgasmo del tramonto
e il domani s’allontana,
adagio.
Lo sento,
fremo dalla voglia
di cancellare quell’attimo
di eterne proporzioni,
spremendo gli occhi alla ricerca
lacrimosa di sfuggire,
ma la presa si stringe,
e realizzo: esisto
per celebrare un nuovo lutto.
Gettato in un luogo tutto mio
che definire mio è ridicolo,
non capisco,
intuisco un bisbiglio attraverso
quel mare di niente
fra pianeti distanti intere vite.
Sbadiglio
sulla riva di quel mare di niente,
un luogo tutto mio che non conosco,
mentre intere vite finiscono.
E troppo simile a un poeta
malato di vita
mi ritorna in mente
la fine della fine.
Flash:
io che muoio,
e lo accetto.
L’acerrimo profumo di morte
si sfuma nei polmoni
e li corrompe,
chiuso nel buio nel fumo nel rombo
e sereno,
più sereno del maggio
che aiuta i fiori a sbocciare.
Fiori neri, forti,
concimati dal mio corpo inanimato.
Poi ho vomitato.
Un passato di errori
e nel presente i rimorsi
pisolando in attesa del futuro,
convinto che
dal vaso scoperchiato da Pandora,
fra dolori e angosce,
un fiume arrabbiato
si è riversato su di noi
uomini,
si è insinuato nelle menti
dove viene coltivato.
Mi ha assalito il pensiero
della morte,
una profonda cicatrice
proprio qui, nel mio cervello;
e ora davanti a dodici
specchi
spezzo del pane ammuffito.
Uno di voi mi tradirà.
Inarrestabile Morte,
mi sono inginocchiato
spesso di fronte al
tuo pallore affascinante
supplicandoti la pace.
Non immagino
il pianto assurdo di un bimbo
senza un braccio
che cerca la mamma fra le bombe
della guerra.
Non immagino
mozzare un dito a mio padre
mentre dorme,
le bestemmie nel sangue
orrido e nauseabondo.
Non immagino
miracolosa gente
che sbraita di salvarci
dal dio sbagliato spedendoci dal loro.
Lotta, ancora lotta
ricamata da vile poesia armata,
granitici “per chi?”; “per cosa?”.
Combattiamo per te, Morte.
Lunga vita all’inarrestabile Morte.
Eppure
nasce sterile e s’alza
l’impeto di una frigida speranza,
come il pellegrino di una fede
instabile che sparge il suo canto
su fossili di strade.
Un battito di ciglia
e poi svanisco, mi sento distrutto,
ma al di là delle palpebre,
dietro alle pupille si nasconde
un oceano, l’oceano di tutto:
sono lo spettatore nella sera,
spettacolo a sua volta,
sono il pensiero che guarda
e quando l’ora si fa tarda finalmente
sono Io, inaspettato.
Sono Io,
mortale e illimitato dentro,
atomo
effimero nell’attimo più intimo,
pregno di parole tenaci, veloci,
non c’è tempo per stupire
nell’esprimere cose,
le cose spariranno.
Io scrivo,
e si screma un mormorio
che diventerà spartito,
applaudito dal battito cardiaco
di un vivere lento,
sfiorato, intenso,
il miele che addolcisce il palato.
Sono Io,
mi masturba la mente
e sono Io, braccato
dalla mia fragilità,
non aspetta il passare degli anni
ma si arrestano gli anni
passati nel ricordo,
un luogo tutto mio
che definire mio è bello.
Sempre Io,
destinato a patire l’umiliazione
del dolore, a morire;
Io, maestro nell’arte di soffrire.
Medesimo e diverso
mi rivesto di antiche nudità,
il dissiparsi dionisiaco
degli eventi, ora,
il consumarsi, ora,
parlo piango e mi riverso
spinto dai tuoi occhi, Morte,
dai tuoi giochi, Morte,
in quel mare di niente
spennellandolo di vita.
L’odiata vita.
Sono nato e impazzito
sul dorso di un destriero;
pazzo, forse meno pazzo di tanti
nella luce fatiscente,
pazzo come troppi,
un drammaturgo imbizzarrito
che racconta di morire,
morirà. E impazzirei
se non la sentissi stridula,
la voce perlacea di mia madre
che mi sgrida,
la sua voce impertinente.
“Hai fatto i compiti?
Hai sistemato la tua stanza?
Non fai mai niente!
Hai giocato abbastanza, adesso dormi”.
Ti chiedi il perché, detestandola,
e il perché arriva:
“è per il tuo bene” dice nervosa,
per il mio bene.
Vita perversa,
non mi hai dato niente oltre
me stesso
e ti detesto, ma lo so
e lo dico nervoso: “è per il mio bene”,
per il mio bene.
Chiuso nel buio nel fumo nel rombo
ho inalato la tua velata assenza,
mi sei mancata.
Vita che sconcerta,
l’allevatore di morte è qui
per amarti sereno,
più sereno del maggio
che aiuta i fiori a sbocciare.
Fiori neri, forti,
vivi.










Un primo piano di Sveva Lemmings mentre suona il suo banjo

In questi ultimi giorni abbiamo assistito ad un simpatico aneddoto televisivo: lo scrittore e giornalista Marco Travaglio, autore di programmi di successo come "


PIC, la siringa che non fa male. Uccide!